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19 settembre 2026

Equinozio d’autunno: attraversare il punto di equilibrio

Tra luce e buio, l’equilibrio diventa passaggio e trasformazione.

Immagine — Equinozio d’autunno: attraversare il punto di equilibrio

Ogni anno arriva un momento in cui raccontiamo che il giorno e la notte hanno la stessa durata.

Non è esattamente vero, ed è forse proprio questo a rendere l’equinozio ancora più interessante.

Il 23 settembre 2026, alle 02:05, nell’emisfero settentrionale comincerà astronomicamente l’autunno. La parola equinozio viene dal latino aequinoctium: aequus, uguale, e nox, notte. Ma quella perfetta divisione tra luce e buio è soprattutto un’approssimazione: dal punto di vista astronomico, giorno e notte non hanno esattamente la stessa durata.

Ci arrivano molto vicino.

Ed è forse proprio questa piccola imperfezione a raccontare l’equinozio meglio dell’immagine di una bilancia perfettamente immobile. Perché l’equinozio non è un luogo nel quale la natura si ferma, sospesa tra luce e oscurità.

È una soglia.

Un punto di passaggio.

Poi il movimento continua.

E noi con lui.

  • L’equilibrio non è immobilità

Quando parliamo di equilibrio immaginiamo spesso qualcosa che finalmente ha smesso di oscillare: due piatti della bilancia alla stessa altezza. Tutto al proprio posto, nessuna forza che prevale sull’altra. Ma in natura l’equilibrio assomiglia raramente a questo.

Un corpo in equilibrio continua a respirare, un albero in equilibrio continua a muoversi nel vento, un ecosistema cambia continuamente mentre cerca nuovi assestamenti.

E anche noi siamo così.

Forse essere in equilibrio non significa riuscire a costruire una condizione perfetta e poi difenderla da qualsiasi cambiamento. Forse significa imparare a correggere continuamente il movimento. Spostare il peso. Accorgerci che qualcosa è cambiato. Lasciare andare una posizione quando non ci sostiene più.

L’equinozio d’autunno rende tutto questo visibile nel cielo.

Luce e buio arrivano vicinissimi alla parità, e subito dopo quella relazione cambia. Nel nostro emisfero settentrionale le notti continueranno ad allungarsi fino al solstizio d’inverno. L’equilibrio è già diventato passaggio.

  • Il tempo del raccolto

Prima del freddo e del buio, però, viene il raccolto.

Per le società agricole dell’emisfero settentrionale questo periodo dell’anno ha rappresentato per millenni qualcosa di estremamente concreto: raccogliere, conservare, trasformare.

Il raccolto non era una metafora. Era cibo. Era sopravvivenza. Era la differenza tra affrontare l’inverno con un granaio pieno o con la paura della fame. Per questo intorno alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno molte culture hanno sviluppato feste, rituali e consuetudini legate alla raccolta e alla gratitudine.

Non tutte coincidevano con l’equinozio e non tutte avevano lo stesso significato. E non esiste un’unica, antichissima “festa dell’equinozio d’autunno” comune ai popoli europei, ma il gesto del raccolto contiene qualcosa che possiamo ancora comprendere perfettamente:

A un certo punto bisogna fermarsi e guardare ciò che è cresciuto.

Non ciò che avevamo immaginato sarebbe cresciuto.

Ciò che c’è.

Qualcosa sarà maturato, qualcosa sarà rimasto piccolo, qualcosa non sarà germogliato affatto, qualcos’altro sarà cresciuto dove non avevamo seminato nulla.

Raccogliere significa anche questo: guardare il risultato senza riscrivere la stagione.

  • Entrare nella parte buia dell’anno

Da questo momento accade qualcosa che il nostro corpo conosce molto prima della nostra mente: Le giornate si accorciano, le temperature cominciano a scendere, gli alberi rallentano la produzione di clorofilla e il verde delle foglie scompare e molte piante cominciano a ritirare risorse. Gli animali modificano comportamenti, alimentazione, migrazioni.

Il mondo non muore. Cambia strategia.

Ed è una differenza importante, perché siamo abituati ad associare la primavera all’apertura, l’estate all’espansione e l’autunno alla perdita. Ma ciò che vediamo cadere è soltanto una parte del processo. Mentre le foglie si staccano, l’albero continua a vivere. Semplicemente smette di investire energia in ciò che non potrebbe sostenere durante l’inverno.

Forse è per questo che l’autunno ci parla così facilmente di lasciare andare.

Ma anche questa espressione rischia ormai di diventare troppo semplice.

“Lascia andare ciò che non ti serve più.”, lo leggiamo e lo sentiamo ovunque.

Come se bastasse riconoscere qualcosa come inutile per poter aprire la mano e farla cadere. Ma noi non siamo alberi, e alcune cose che dobbiamo lasciare andare ci sono servite moltissimo. Una relazione, un’identità, un progetto, un lavoro, una speranza.

A volte non lasciamo andare qualcosa perché era sbagliato, lo lasciamo andare perché il suo tempo è finito e questa è una forma molto diversa di perdita.

  • ...E Mabon?

Negli ultimi decenni l’equinozio d’autunno viene spesso chiamato Mabon, soprattutto negli ambienti neopagani e wiccan. È facile incontrare questo nome presentato come quello di un’antica festa celtica dell’equinozio.

La storia, però, è diversa. E forse persino più interessante.

Mabon ap Modron è realmente una figura della mitologia gallese, presente nella letteratura medievale. Il suo nome e le storie che lo riguardano sono quindi antichi. Ciò che è moderno è l’idea di chiamare Mabon la festa dell’equinozio d’autunno.

A introdurre questa associazione fu Aidan Kelly, autore e figura del neopaganesimo americano, mentre nei primi anni Settanta lavorava alla creazione di un calendario delle festività pagane. Kelly racconta che trovava curioso che alcuni momenti della Ruota dell’Anno avessero nomi riconoscibili, come Yule o Beltane, mentre mancava un nome pagano equivalente per l’equinozio d’autunno.

Cominciò quindi a cercarne uno.

Il suo punto di partenza fu il mito greco di Kore, o Persefone, la giovane dea il cui racconto è legato alla discesa nel mondo sotterraneo e al ciclo stagionale. Kelly cercò nella mitologia dell’Europa settentrionale una storia che potesse offrirgli un parallelo. Non trovò ciò che cercava nella letteratura germanica o gaelica, ma si imbatté nella tradizione gallese e nella storia di Mabon ap Modron, il “figlio della Madre”, rapito alla madre quando era ancora bambino, tenuto prigioniero e infine liberato. Fu questa associazione a convincerlo.

Scelse quindi Mabon come nome per l’equinozio d’autunno del calendario che stava costruendo. Non pretendeva di avere riscoperto il nome perduto di un’antica festività celtica. Stava dando un nome nuovo a una celebrazione moderna utilizzando una figura proveniente da una tradizione molto più antica.

Il calendario arrivò poi a Oberon Zell, allora conosciuto come Tim Zell, che iniziò a utilizzare questi nomi sulla rivista neopagana Green Egg. Da lì Mabon cominciò a circolare sempre più ampiamente, fino a entrare nel vocabolario della moderna Ruota dell’Anno.

C’è però un dettaglio importante. Il parallelismo immaginato da Kelly tra Mabon e Persefone è una sua interpretazione, non il contenuto letterale del racconto gallese conservato.

Mabon non muore e non risorge ciclicamente con le stagioni. Nella storia gallese viene sottratto alla madre quando ha appena tre notti, viene successivamente ritrovato prigioniero e infine liberato. Per questo è utile tenere separate tre cose:

  • l’equinozio è antichissimo come fenomeno astronomico;

  • Mabon ap Modron appartiene a un’antica tradizione mitologica gallese;

  • chiamare Mabon la celebrazione dell’equinozio d’autunno è invece una tradizione neopagana moderna.

E non c’è nulla di male in questo.

Le tradizioni non smettono di avere significato perché sono recenti. Anzi, la storia di Mabon ci ricorda qualcosa di interessante anche sul modo in cui nascono le tradizioni: qualcuno raccoglie immagini, racconti e simboli del passato, li rilegge attraverso il proprio tempo e crea qualcosa che altre persone riconoscono come significativo.

Poi quel gesto viene ripetuto. Il nome passa da una persona all’altra, entra nei libri, nei rituali, nelle comunità. E a un certo punto diventa tradizione.

Oggi, per molte persone che seguono percorsi wiccan o neopagani, Mabon è realmente un momento importante della Ruota dell’Anno, legato al raccolto, alla gratitudine, all’equilibrio e alla preparazione alla parte più oscura dell’anno. E non abbiamo bisogno di farlo risalire a migliaia di anni fa per riconoscergli valore.

  • La luce vs il buio

C’è poi un’immagine dalla quale è difficile allontanarsi: “Luce e oscurità”.

Abbiamo costruito moltissime metafore intorno a questa coppia. Luce come conoscenza, vita, bene, consapevolezza. Buio come ignoranza, paura, morte, male.

Ma basta osservare un ciclo naturale per accorgersi che questa opposizione è valida ma è insufficiente.

Il seme germina nel buio, le radici crescono nel buio, dormiamo nel buio. Molti animali vivono e si orientano nel buio. Il corpo utilizza l’oscurità per regolare alcuni dei propri ritmi. La notte non è un errore del giorno, e l’autunno non è una primavera che ha fallito.

Forse una delle cose più interessanti dell’equinozio è proprio questa: Entrambe appartengono al ciclo.

Dopo l’equinozio d’autunno, nel nostro emisfero, l’oscurità occuperà progressivamente più spazio. Possiamo combatterla. Oppure possiamo chiederci che cosa accade quando smettiamo di considerare ogni fase di contrazione come qualcosa da correggere.

Non tutto deve crescere continuamente. Non tutto deve produrre continuamente. Non tutto deve essere visibile continuamente. Ci sono momenti nei quali espandersi, e momenti nei quali conservare energia.

  • Cosa portare con noi nell’inverno

Forse allora il gesto più interessante dell’equinozio non è chiedersi soltanto:

Che cosa voglio lasciare andare?

Possiamo fare una domanda diversa.

Che cosa voglio portare con me?

Se l’autunno è anche il tempo del raccolto, prima di svuotare dobbiamo riconoscere ciò che vale la pena conservare.

  • Quale esperienza di quest’anno voglio tenere?

  • Che cosa ho imparato?

  • Che cosa è cresciuto?

  • Quale relazione voglio nutrire?

  • Quale parte di me ha bisogno di essere protetta durante i mesi più freddi?

E soltanto dopo possiamo guardare ciò che occupa spazio senza nutrirci più.

  • Che cosa ha concluso il proprio ciclo?

  • Che cosa continuo a trattenere soltanto perché un tempo è stato importante?

  • Dove sto spendendo energia per mantenere qualcosa che non può più crescere?

  • Che cosa posso smettere di alimentare?

Non per fare spazio a qualcosa di nuovo immediatamente.

Anche questo è un automatismo molto contemporaneo, new age: chiudere una cosa e aprirne subito un’altra. Riempire il vuoto. Produrre una nuova versione di noi stessi.

La natura, invece, conosce anche i terreni vuoti e non crea versioni di sè, le vive senza maschere.

  • Celebrare l’equinozio

Non è necessario appartenere a una tradizione religiosa per riconoscere un passaggio astronomico che modifica concretamente il mondo intorno a noi.

Possiamo semplicemente accendere una candela quando arriva la sera.

Portare sulla tavola qualcosa che appartiene alla stagione: mele, uva, pane, noci, zucca, erbe, ciò che il territorio offre in questo momento. Non come scenografia, come promemoria.

Il 23 settembre, alle 02:05, non vedremo nulla di spettacolare. Nessun lampo nel cielo, nessuna linea separerà la luce dall’oscurità. La Terra, le stelle, la natura, continuerà semplicemente il proprio viaggio, e proprio in questo movimento attraverseremo uno dei punti che abbiamo scelto per orientarci, perché forse l’equinozio non ci chiede di scegliere tra luce e oscurità.

Ci ricorda che con la giusta consapevolezza siamo capaci di attraversare entrambe.